Quello che ho perso

Quello che ho perso

Ho perso:

  • 15 anni di lavoro in un settore di cui avevo dimestichezza e profonda conoscenza;

  • un data base di contatti stampa consolidati (lavoro altamente specialistico e difficilmente rivendibile in zona);

  • il rapporto quotidiano con i miei colleghi;

  • la possibilità di poter comunicare adeguatamente ai miei contatti le scelte aziendali e le mie scelte;

  • il secondo livello: perché fortunatamente mi sono ricollocata professionalmente, e subito, ma in un settore completamente diverso e con un livello contrattuale diverso, e purtroppo (per ora) full time;

  • soldi a palate: non solo quelli della buonuscita, visto che alla fine ho fatto il loro gioco e ho dato le dimissioni volontarie, ma tutti quelli “accessori”: il fondo, le ferie, ecc.

Se non avessi trovato lavoro, il mio programma era

DISOBBEDIENZA CIVILE

  • Maternità facoltativa del mio secondo bimbo da dicembre 2017 a maggio 2018 (6 mesi al 30% INPS + 70% fondo)
  • Ritorno al lavoro i primi di giugno, sempre per fare da telefonista o telemarketer
  • Mi stancavo? Maternità facoltativa residua della mia prima bimba
  • Poi ritorno al lavoro

Sia chiaro: tutto questo non lo faccio per i soldi. Lo faccio perché, fuori dall’azienda XY c’è scritto ITALIA, e vigono le leggi dello stato italiano.

Lo faccio perché la legislazione sul mobbing faccia passi avanti: molte cose non sono ancora regolamentate. Né riconosciute.

Lo faccio perché lo stato ci chiede di fare figli, e ci dice, sulla carta, di tutelare la maternità e le lavoratrici madri. Ma senza un approfondito controllo sulle aziende non si va da nessuna parte. E se gli imprenditori italiani sono questi, figuriamoci quanta strada possiamo fare! Siamo nel 2018! Lo faccio per tutte le ragazze che hanno lavorato e che lavoreranno in quella cantina. Sanno di cosa parlo. E anche i maschi lo sanno, per quello. Lo faccio per tutte quelle ragazze/donne che non hanno potuto denunciare. Parlare. Rialzarsi. Avere il supporto della famiglia. Avere un avvocato. Credere in loro stesse.

Lo faccio, in primis, perché ne sono convinta, perché ci credo, perché ho rispetto della mia dignità personale e professionale. Rispetto per me come persona e rispetto per la verità.

E se i miei ex titolari alle questioni di cuore non sono sensibili, alle questioni di soldi sicuramente sì.

Si andrà davanti a un giudice? Forse sì, forse no. Vincerò? Forse sì, forse no. Il terreno è tortuoso e pieno di falle, purtroppo. Ma è una cosa che sento dentro di me, è come respirare, come sorridere davanti al volto meraviglioso dei miei bambini che, insieme a mio marito, mi hanno dato la forza di cadere in piedi. I bambini sono davvero il miracolo della vita. Almeno della mia…

Grazie al mio attuale collega Stefano per la splendida fotografia, gentilmente concessa.

 

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