L’esigenza del bello

L'esigenza_del_bello

Viviamo un momento, è inutile negarlo, in cui tutto sembra orientato all’utile e al profitto.

Personalmente io ho vissuto un netto stacco e una netta presa di coscienza: esci dalla scuola in cui tutto è pulizia, rispetto, silenzio, bellezza, ordine, meritocrazia, e ti catapulti nel mondo del lavoro dove ti presentano: schemi, elaboratissime tabelle Excel, statistiche, proiezioni, scenari, riunioni, paroloni altisonanti che nascondono il nulla eterno, piani di “sviluppo” puntualmente smentiti al primo variare del vento, progetti presentati in pompa magna finiti poi miseramente nel dimenticatoio, titolari (o presunti manager) che ti guardano dall’alto in basso, nel senso dall’alto dei loro miliardi, che ti dicono “eh certo, tu sei laureata e hai un master, ma mi raccomando devi restare umile, perché sono Io che so tutto sul mio lavoro, sono Io che ho fondato l’azienda e ne decido le sorti, firmo Io gli articoli per la stampa, anzi facciamo che tu proprio non puoi usare la tua mail personale per scrivere ai giornalisti e condividiamo un indirizzo aziendale così controllo anche le virgole (nel senso di contenuti indesiderati, ovviamente), compaio Io nei video e Io mi faccio intervistare, chiaro???”

Poi però negli appunti di lavoro scrivono in dialetto, mettono doppie accenti virgole apostrofi maiuscole a caso, non parliamo dei congiuntivi. O dell’inglese. Tranquilli: io non ho mai voluto apparire nei vostri video, non ci tenevo a farmi intervistare per conto vostro, o ad apparire, ma per favore diamo a Cesare quel che è di Cesare, diamo onore al merito.

Possibile che ci sia uno scollamento così potente tra il prima e il dopo? Sia chiaro: io ho frequentato il classico, ho una laurea in Lettere Antiche, quindi forse ho vissuto in modo ancora più drammatico questo scarto. Ricordo ancora benissimo proprio la sofferenza fisica dei primi mesi di lavoro… Forse, o senza forse, il mio destino era un altro: era continuare nell’università, nella ricerca. Studiare ancora era il mio destino. Detto tra noi, a me di fare da badante a questi imprenditori del menga non importa un fico secco.

Per fortuna ho e avrò sempre il mio paracadute, il mio cuscino morbido sopra cui rifugiarmi: non è lo shopping, non è il parrucchiere, non è la cena con le amiche, non è un pomeriggio al mare, ma sono i libri, i miei amati libri. Quelli di oggi, che leggo per diletto, e quelli su cui ho sudato la mia adolescenza, che a tratti sfoglio ancora e su cui mi soffermo in estasi. Posso ancora piangere e commuovermi per una poesia, un verso, una pagina, un dipinto, un palazzo, un’opera d’arte, una composizione musicale, un pezzo di teatro. Grazie mamma e papà per avermi fatto studiare. Grazie. Io ho amato studiare con tutta me stessa. Grazie. Grazie perché mi porto dentro stupore, emozione, attenzione per le piccole cose. Sì lo so, in questo sono completamente fuori moda. Sono out. Grazie perché le mie giornate migliori sono quelle passate a una mostra d’arte, o a visitare città straordinarie, o a pianificare le vacanze mettendo dentro in 7-10 giorni tutto quello che è umanamente possibile fare con due bambini di 9 e 6 anni. Grazie perché riesco a trasmettere loro questa stessa, immensa passione. E se molti si stupiscono del fatto che vengano con me ovunque, dal museo alla conferenza alla presentazione di un libro, io leggo nei loro occhi e nel loro entusiasmo che loro muoiono dalla voglia di vedere, di capire, di scoprire.

“Se riesci a far innamorare i bambini di un libro, o due, o tre, cominceranno a pensare che leggere è un divertimento. Così, forse, da grandi, diventeranno dei lettori. E leggere è uno dei piaceri e uno degli strumenti più grandi della nostra vita”.

Roald Dahl

“Leggete, studiate, e lavorate sempre con etica e con passione. Ragionate con la vostra testa e imparate a dire di no. Siate ribelli per giusta causa e difendete la natura e i più deboli. Non siate conformisti e non accodatevi al carro del vincitore. Siate forti e siate liberi, altrimenti quando sarete vecchi e deboli rimpiangerete le montagne che non avete scalato e le battaglie che non avete combattuto”.

Mario Rigoni Stern

2 risposte a "L’esigenza del bello"

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