Cosa voglio davvero?

Cosa voglio davvero

Mi sto smazzando questo manuale delle giovani – e non più giovani – marmotte di un noto coach (non faccio nomi: il più noto in Italia) per prendere spunti rilevanti di scrittura iper motivazionale (???) per il social Linkedin. “Cosa vuoi davvero?” è il titolo di un suo libro, ennesimo manuale su – cito testualmente – “come definire i tuoi obiettivi e raggiungere i risultati che desideri”.

Ecco: io quello che vorrei davvero, ma proprio tanto tanto tanto, per rispondere alla domanda, che desidererei più di ogni altra cosa (professionalmente parlando), sarebbe che ognuno si prendesse la responsabilità delle proprie azioni, e che riconoscesse quando viene sgamato, porca puttana!!! E che chiedesse umilmente scusa. O almeno si mostrasse contrito. Dispiaciuto. Soprattutto subito dopo che ti ha gettato addosso un’accusa immotivata.

Riassunto: qualche settimana fa vengo coinvolta controvoglia 100% per una ridefinizione dei testi degli annunci di lavoro. Figure commerciali, di agenti e capi area. Non è mio compito e non lo è mai stato, c’è un ufficio HR che ha fatto come ha creduto e ritenuto opportuno in questi anni. Io non ci vorrei mettere becco neanche per sbaglio, ma si sa, con la proprietà non si discute più di tanto.

Morale: redigo i nuovi testi, mi confronto con tutti gli attori coinvolti, pubblico, sponsorizzo sui canali social. Poi mi viene chiesto di controllare i post personali della HR, che non sono sempre così in linea con le direttive aziendali. Se mai ci siano state delle direttive aziendali in merito. Controvoglia 200%. In primis perché sostengo la piena libertà del singolo, nel bene e nel male. Poi perché io meno la vedo e meglio sto: è già stata infelice protagonista di alcuni infelici episodi professionali. Poi mi viene chiesto di stendere per la proprietà post dai contenuti generali che gli AD e il Direttore Vendite possano condividere dai loro profili privati, trovando già pronti contenuti di valore. Mi presto a tutto questo, attingendo a spunti presi dalla carta stampata, dai professionisti del settore, da libri di testo. Li uso come spunti e come base di riflessione, è ovvio: è un settore che non è il mio. Tutti personalizzo, tutti riscrivo di sana pianta, tutti adatto alla mia sensibilità e alla mia realtà aziendale. Modificando. Astraendo. Riassumendo. Semplificando.

Mi viene detto da lei che un tema in particolare l’ho copiato da una tale fonte NY CITY (boh?). E’ ovvio che sia un tema di stretta attualità e di moda. Rispondo (di persona, di fronte a lei, face to face, in risposta ai suoi aridi messaggi WhatsApp volutamente duri e accusatori) che citi pure la fonte (io) a chi le fa dei sonori insulti su FB (evidentemente, le due galline si erano già abbondantemente beccate in precedenza). La settimana scorsa (volevo scrivere OGGI, 28/09/2018, perché il pezzo l’ho scritto di getto, a caldo come si dice, ma insomma ormai è passata una settimana) scopro che un suo post, che mi aveva fatto leggere magnanimamente e correggere, è COPIATO di sana pianta da uno di una nota autrice di bestseller americana. Ma copiato di sana pianta, cazzo!!!

Non posso resistere alla mia vena vendicatrice, dopo che l’embolo mi parte: faccio uno screen shot del pezzo originale, trovato PER PURO CASO navigando sul predetto social, e glielo mando, sicura di coglierla in fallo dove lei aveva miseramente fallito. La risposta? Disarmante: “Sì, è proprio simile. Segui la tipa: può darti ottimi spunti”.

Cosa? Ma cosa vuoi commentare dopo una risposta del genere?

Aggiungo solo un tassello al puzzle.

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