Il lavoro ingrato della comunicazione

Il lavoro ingrato della comunicazione

Ne sono certa: ogni ramo d’azienda deve chiudere occhi e orecchie di fronte a certe aberrazioni.

L’amministrazione lo farà davanti a conti non sempre trasparenti; le HR lo faranno facendo buon viso a cattivo gioco in fase di recruiting; il commerciale boh, mondo a parte; produzione e magazzino vivono di vita propria, e una vita più felice della media aziendale, ne ho le prove; la comunicazione povera è messa proprio male!

Deve inventare balle, emozionare su cose inesistenti, lodare persone che detesta, fare castelli bellissimi e pensare a come dovrebbe essere bello se le cose stessero proprio così. Insomma, confezionare una cacca in carta dorata.

E’ un ruolo bello pesante. Incompreso, il più delle volte. Sottovalutato sempre.

Dobbiamo parlare bene dell’azienda, fare in modo che se ne parli bene il più possibile fuori, senza dire tutto, tralasciando il superfluo, usando parole e toni neutri perché “non si sa mai”, e poi comunque non va bene. Perché i dati di vendita devono essere gonfiati, vanno abbellite le frasi con inutili orpelli autocelebrativi (eccezionale, unico, prestigioso, importante), bisogna dire una cosa senza dirla tutta, o omettendo particolari, o copiare da altri additati ad esempio virtuoso, o raccontare il bello senza avere idea di che cosa sia: persone mai conosciute, luoghi mai visti, situazioni mai vissute e che mai vivremo.

E poi la comunicazione pervade tutto e su tutto si riversa: dalla lettera commerciale al sito, dai social all’articolo del blog. Si è ciò che si comunica, dicono. Virtuale è reale. Le parole sono un ponte. Le parole hanno conseguenze. Condividere è una responsabilità.

Quanto è centrale questo ruolo. E quanto è bistrattato. Credete a me. Non basta vivere l’eterno disagio del bello e del vero: ci subiamo anche attacchi duri per un commento personale, una postilla, una sfumatura, una cosa che ci è venuta fuori così perché mica siamo nella testa di chi poi la firma! E poi, appunto, viviamo nell’ombra. E nel silenzio. E questo mica mi dispiace, anzi…come racconterò nel prossimo articolo.

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